/i·ṣla·mo·fo·bì·a/
Come il dibattito pubblico sull'Islam in Italia è completamente fuori controllo, e le conseguenze sono già qui.
Nell’ultima settimana tre episodi hanno scosso la comunità islamica italiana. Prima l’attentato incendiario contro la moschea di via del Collegio, nel quartiere della Marina a Cagliari, dove nella notte è stato appiccato un fuoco con innesco e liquido infiammabile davanti all’ingresso del luogo di culto. Poi i cori razzisti scanditi durante la manifestazione per la “remigrazione” a Roma del 13 giugno, quando dal corteo dell’estrema destra si è levato il grido “musulmano pezzo di m…a”. Infine il vile episodio che ha visto protagonista l’eurodeputata Silvia Sardone, che a Torino ha fermato e filmato in strada, pubblicando poi sui social senza che nel video si veda alcun consenso esplicito dell’interessata, una mamma musulmana con niqab e figlia al seguito, trasformando la loro semplice presenza nello spazio pubblico in un bersaglio politico.
Al di là dei singoli fatti, ciò che sconcerta è la valanga di commenti che li accompagna e li normalizza. Sotto gli articoli e i video sull’attentato di Cagliari c’è chi si rammarica apertamente che le fiamme non abbiano fatto più danni. I cori di Roma vengono giustificati con la formula ormai abusata “la misura è colma”, come se l’insulto razzista fosse una reazione quasi fisiologica e quindi accettabile. Quanto alla Sardone, molti la sostengono apertamente, sostenendo che sia “corretto” aggredire verbalmente una madre con bambino al seguito solo perché musulmana, velata e percepita come corpo estraneo allo spazio cittadino.
Purtroppo, dopo anni di campagne islamofobe, di titoli allarmistici e di calunnie sistematiche sull’Islam, il dado è ormai tratto: la stigmatizzazione culturale sta diventando azione politica, e l’azione politica si sta trasformando in violenza simbolica e materiale contro luoghi di culto e persone comuni. L’attentato di Cagliari non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di un clima ben preciso, perché colpire la moschea significa colpire una comunità intera e ferire il patto di convivenza su cui dovrebbe reggersi la nostra democrazia.
L’islamofobia è ormai un fenomeno strutturale in Italia che non possiamo più permetterci di minimizzare. Non si tratta solo di odio online, ma di pratiche concrete di esclusione volte a ritrarre l’Islam come religione antidemocratica, il cui fine è ovviamente allontanare ulteriormente l’Islam dalla psiche dell’opinione pubblica occidentale, rendendo possibile e accettabile così la demonizzazione dei musulmani.
In questo quadro, l’episodio di Torino non è un semplice “diverbio in strada”, ma il sintomo di una deriva pericolosa. Una rappresentante eletta si sente autorizzata a fermare, filmare e mettere alla gogna una donna e una bambina, trasformando il loro abbigliamento in prova vivente di un “pericolo” da esibire al proprio pubblico. La sproporzione di potere è poi evidente: da un lato una figura istituzionale con telecamera, canali social e visibilità politica, dall’altro una madre che accompagna la figlia. Se accettiamo che questo tipo di violenza simbolica diventi routine, stiamo dicendo alle minoranze religiose che il loro diritto a esistere nello spazio pubblico è condizionato all’assenza di segni identitari visibili.
Va considerato inoltre che la normativa italiana (Art. 85 del TULPS e Art. 5 della Legge n. 152/1975) limita certamente la circolazione con il volto integralmente coperto per ragioni di ordine pubblico e sicurezza, ma la giurisprudenza ha riconosciuto1 più volte come le motivazioni religiose siano un elemento giustificativo, anche alla luce delle pronunce amministrative e giurisprudenziali sul bilanciamento tra sicurezza e libertà di culto. Non è quindi un telefono puntato addosso a una donna velata a garantire la sicurezza, ma un lavoro serio delle istituzioni, delle forze dell’ordine e delle comunità religiose, dentro un quadro di diritti fondamentali condivisi.
La verità è che questi tre episodi rivelano come in Italia oggi non è l’Islam a essere “fuori controllo”, ma il relativo discorso pubblico. La politicizzazione del velo, la criminalizzazione del migrante musulmano, la rappresentazione della moschea come potenziale covo di estremismo sono strumenti retorici che servono a spostare il baricentro del dibattito. Così, anziché interrogarci su povertà, disuguaglianze e sfruttamento del lavoro, troviamo un capro espiatorio perfetto da additare ogni sera in televisione.
Chi ha a cuore la democrazia non può accettare che l’odio antimusulmano diventi un collante identitario e un dispositivo di governo. Difendere i diritti delle minoranze religiose non è una battaglia “di parte”, né un vezzo progressista, ma il termometro della salute costituzionale del Paese. Oggi sono le moschee, le donne con il niqab, i ragazzi insultati con un coro; domani, come la storia europea ci ha insegnato, potrebbe toccare ad altri.
Il Consiglio di Stato ha sancito che l’uso del velo integrale (burqa o niqab) non è una condotta volta a evitare il riconoscimento. Rappresenta invece la libera espressione di una tradizione culturale e religiosa. Di conseguenza, rientra a pieno titolo tra i “giustificati motivi” previsti dall’Articolo 5 della Legge Reale.


